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saba


“Quando era piccola, dai due ai cinque anni, Saba abitava con i genitori al capo estremo della Somalia, al confine del Corno d’Africa, a Capo Guardafui. Abitavano in un villino a schiera, di mattoni rossi, con grandi finestre. Davanti c’era il mare, alle spalle una grande roccia a picco. Dietro la roccia, c’era il deserto, terra rossa. Saba ricorda le palme. Con la bassa marea, lei, la madre e la sorella piccolissima, scoprivano i nidi delle murene. La bassa marea svelava i relitti. Bisognava tornare in tempo, prima che la marea si alzasse. La madre pescava, poi al chiaro di luna, raccontava storie, sui relitti e sui ginni, “i diavoli”, mi dice Saba, che si annidano nei relitti. Saba ricorda le gite in barca, pesci, testuggini. Saba è nata a Mogadiscio. Suo padre era italiano. Classe 1916. Era vissuto per vent’anni a Mogadiscio, dove aveva fondato un’agenzia di viaggi, l’Africa Travels. All’agenzia va a lavorare la madre di Saba. Neanche lei è somala, è etiope. Il nonno di Saba era stato deportato in Somalia dagli italiani. Etiopi in Somalia, a Mogadiscio, è una famiglia tollerata, ma nei momenti di crisi subiscono discriminazioni, su di loro si accendono sospetti. A maggior ragione da quando la madre sposa un italiano. Fino al ’75, il padre è direttore della Simmenthal, nella casa dei mattoni rossi e delle murene. E’ un periodo di siccità, è un periodo di tensioni tra l’Etiopia e la Somalia, di trasformazioni politiche interne ai due paesi, di rivolgimento nei rapporti con i reciproci alleati URSS e USA. Il padre e la madre di Saba vengono sospettati di essere spie, lui degli Stati uniti, lei dell’Etiopia. Camionette si fermano davanti alla villetta, portano via il padre di Saba nel cuore della notte, lo restituiscono dopo ore. Saba si ricorda con chiarezza l’angoscia, il pianto. Quarantotto ore di tempo, così gli dicono gli uomini delle camionette, quarantotto ore e lasciare il paese. Si fermano alla casa di Mogadiscio. Prendono quello che riescono e partono per l’Italia.”

L’arrivo in Italia, infatti, determinò per tutta la famiglia una specie di spartiacque tra la vita in Africa e un’esistenza letteralmente da inventare in un nuovo luogo. Una forma sotterranea di nostalgia ha sempre accompagnato gli anni a venire. Come nel segno della mescolanza, Saba ha vissuto sempre ecletticamente.

Dopo la maturità scientifica, si laurea in Lettere Moderne, con indirizzo Storia dell’Arte all’Università di Roma “La Sapienza”. Contemporaneamente studia da mosaicista, interessandosi alle tecniche di restauro e conservazione delle opere d’arte. Lavora poi nella redazione di alcune case editrici tra cui la Manifestolibri, coltivando anche la scrittura come ulteriore medium creativo. Dal 2000 recita in televisione (in un noto telefilm dal titolo “La Squadra”, girato a Napoli, dove si trasferisce per un paio di anni), in teatro (diretta da P. Perelli, A.Pugliese, G. De Feudis) e come doppiatrice (diretta da Lello Arena per il lungometraggio d’animazione “Totò Sapore”).

Ma la musica è l’elemento più forte e ricorrente, che tiene insieme le molte fasi. Dopo aver a lungo cantato in progetti in lingua inglese, è stato l’incontro con la musica africana a ricucire quel filo spezzato con la primissima parte della sua vita. “Jidka” (The line), cantato in lingua somala e condito nel suo spirito moderno di sonorità africane, è il personalissimo ritorno a Mogadiscio, la terra dei suoi natali.

Dall’articolo di Carola Susani per il quotidiano “La Repubblica” del 26 Settembre 2006


“Jidka” in somalo significa “la linea”. Saba, italo-etiope nata in Somalia, nel raccontare la sua musica di naturale mescolanza, parte proprio dalla linea che attraversa realmente il suo ventre dividendolo in due porzioni, una più chiara ed una più scura


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